lunedì 26 dicembre 2016

Turismo venatorio, “canned hunting” ed industria del leone : tre aspetti di un fenomeno che minaccia una specie a rischio

Strano Paese il Sudafrica : ha adottato nel Parco Kruger un sistema di sorveglianza con nuova tecnologia ( Postcode Meetkat) comprensivo di apparecchiatura mobile mediante radar e sensori elettro-ottici per contrastare il bracconaggio mentre prosegue l’allevamento di leoni ed altre specie a scopo venatorio.
Nello Stato africano, come in altri Paesi del medesimo continente, la caccia al leone è infatti una pratica legalmente consentita dal momento che solo i grandi felini all’interno delle riserve nazionali (Kruger National Park e al Kgalagadi Transfrontier Park ) sono protetti.
Ed il turismo venatorio è la più grande industria dell’Africa sub-sahariana. Settore in cui è particolarmente affermato il “canned hunting” o caccia in gabbia : la caccia ad un animale allevato in cattività, talvolta anche sedato, e rinchiuso in uno spazio ristretto, un recinto realizzato nella savana dal quale non può sfuggire o addirittura una gabbia.
La fabbrica dei “leoni in scatola” è drammaticamente prosperosa, dal momento che secondo dati non ufficiali i felini allevati per essere uccisi sarebbero almeno 5.000, e produce la morte di oltre 1.000 leoni ogni anno.
La vendita dell’attività venatoria avviene on line per una clientela che risulta principalmente costituita da americani seguiti da tedeschi, spagnoli, francesi ed italiani. Il cliente può scegliere e prenotare la vittima su siti specializzati ed uccidere ad un costo contenuto ( con un viaggio di soli di due giorni la spesa è di 5.000 - 8.000 dollari contro i 20.000 - 70.000 dollari occorrenti per un safari di caccia al leone che può durare da 3 giorni alle 3 settimane ). E proprio in virtù dei prezzi bassi si allarga la platea della clientela che può permettersi la battuta di caccia e si incrementa un proficuo mercato.
Il cliente sceglie il leone che vuole uccidere e l’animale è liberato in una piccola area recintata nel bush senza via di scampo. Il cacciatore deve solo infierire con fucile o arco su un animale che non teme gli esseri umani perché allevato in cattività e in uno spazio dal quale non ha alcuna possibilità di fuga.
Il business inizia in strutture, circa 200 fattorie, attrezzate per l’allevamento dei leoni : dall’accoppiamento alla crescita fino all’abbattimento per mano di un cacciatore. Allevamenti in cui i primi esemplari sono leoni spesso acquistati dagli zoo europei o catturati da cuccioli per dare avvio all’industria.
Come in qualunque allevamento intensivo le condizioni sono aberranti : le leonesse sono ridotte a fattrici sottoposte a ritmi procreativi frenetici ricorrendo inevitabilmente all’accoppiamento tra consanguinei ( con nefaste conseguenze per la prole ). I cuccioli sono sottratti alla genitrice pochi giorni dopo il parto per indurre velocemente nella femmina un altro periodo di estro ed un’ulteriore gravidanza.
I leoncini sono svezzati artificialmente dagli esseri umani iniziando un percorso di addomesticamento che, in assenza dell’insegnamento materno, gli impedirà anche in futuro di poter essere reintrodotti nell’habitat naturale nel quale sarebbero incapaci di sopravvivere perché ormai completamente dipendenti dall’uomo.
Paradossalmente talvolta a volte i cuccioli sono utilizzati ai fini del volontariato con i leoni, un business redditizio di cui spesso sono vittime anche gli ignari volontari convinti di operare in programmi di reinserimento nell’ambiente naturale della fauna africana ( come descritto nell’esperienza di Alexandra Lamontagne volontaria in quello che era presentato come centro di recupero della fauna selvatica in Africa http://mysocialpet.it/news/curiosita/serabie-cucciola-di-leone-destinata-alla-caccia-in-scatola-salvata-da-una-donna ) . 
Altre volte i leoncini sono impiegati in quello che viene spacciato per “ turismo sostenibile” organizzando incontri con i leoni per far vivere esperienze “autentiche” ed indimenticabili ai turisti attraverso una passeggiata nella savana con il felino più ammirato ( walking with lions ) contribuendo, inconsapevolmente, al processo di addomesticamento, dove i piccoli sono coccolati ed accarezzati da individui che ignorano la triste realtà ed il destino di questi cuccioli. I quali una volta adulti diventeranno oggetto di tiro al bersaglio di facoltosi e brutali esseri umani.
Lo sfruttamento del grande felino prosegue anche con la speculazione della sua carcassa. Il consumo della sua carne, da sempre apprezzata dalle popolazioni Masai e Samburu, pare attualmente diventato di tendenza negli Stati Uniti con l’e-commerce ( in siti quali ExoticMeatMarket.com ). Se formalmente questa è carne di individui anziani detenuti in zoo, circhi ed allevamenti presenti negli Usa, non si può escludere, stimato il numero di individui soppressi con la pratica del ’“canned hunting” e in considerazione della difficoltà dei controlli, la sua provenienza dai leoni africani.
Le loro ossa sono vendute sul mercato asiatico quali ingredienti della medicina tradizionale che, a causa della penuria di tigri, si è convertita all’uso di altri componenti. Questo spiega perché l’esportazione delle ossa di leone sia aumentato vertiginosamente negli ultimi anni, commercio in cui rientrano anche gli scheletri dei maschi che non risultano sufficientemente maestosi per essere cacciati nei recinti.
I governi africani hanno rilevanti responsabilità nella legittimazione di questa attività venatoria i cui proventi dovrebbero teoricamente essere utilizzati per la conservazione dell’ambiente e dell’ecosistema, la sua difesa dalla deforestazione e dalla conversione in pascolo o ad uso agricolo, oltre che misura cautelativa della caccia illegale. In realtà negli ultimi decenni si è assistito ad una diminuzione progressiva della popolazione dei leoni liberi ( - 30% ) e del loro areale ( - 82%).
I fautori del “canned hunting” giustificano l’aberrante pratica con la tesi che tale attività venatoria limiti la caccia dei leoni selvaggi e sostenga l’economia del Paese. Mentre i fattori sostengono che questi allevamenti siano utili ai fini della salvaguardia e conservazione della specie, nonostante nessuna di queste farm collabori con associazioni o ricercatori a programmi di conservazione della specie.
E gli affari sono incrementati dopo il tentativo fallito, per il ricorso dell’associazione di categoria, del governo sudafricano di disciplinare l’attività ; così oggi nelle fattorie vi sono anche ghepardi, tigri, giaguari.
Nonostante una legge del 2008 seconda la quale gli animali devono trascorrere nell’habitat naturale almeno due anni prima di essere oggetto di attività venatoria. Poichè la normativa non definisce dimensionalmente l’area necessaria per il reinserimento dei leoni in natura ed autorizza l’azione umana per garantire la sopravvivenza dei grandi felini nel biennio, la categoria degli allevatori riesce facilmente a far passare come selvaggi leoni addomesticati.
Purtroppo anche la tutela internazionale risulta assolutamente inadeguata. Infatti
i lavori della 17a Conferenza ( COP17 ) dei 183 Paesi aderenti alla CITES Convention on International Trade in Endangered Species (Convenzione Internazionale per il Commercio delle Specie) conclusasi il 4 ottobre scorso a Johannesburg hanno lasciato i leoni selvatici nella lista delle specie “vulnerabili” senza inserirli tra le specie a maggior rischio d’estinzione per le quali vige il divieto totale di commercio, nonostante il loro numero sia sempre più esiguo ( circa 23.000 e si stima che la specie potrebbe estinguersi entro il 2020).
Quindi è stato proibito il solo traffico di ossa, denti, artigli dei leoni liberi mentre rimane consentito quello dei felini cresciuti in cattività e l’esportazione dei trofei di caccia. Ne è stato vietato l’allevamento dei leoni e tutte le pratiche che ne conseguono.
Intanto si assiste ad una crescita continua della domanda di leoni per attività venatoria e terapeutica con un aumento del loro valore commerciale che complica ulteriormente la difficile condizione di una specie seriamente minacciata e in forte declino. Aumenta infatti il numero dei felini segregati nelle fattorie per essere abbattuti mediante la prassi della “caccia in gabbia” ed ogni anno cresce l’entità degli esemplari uccisi ed esportati come trofei di caccia. Dal momento che rimane legale il trasporto negli Stati Uniti ed in Europa dei trofei costituiti dalla pelle e dalla testa del leone cacciato.
Mentre l’industria del leone, denunciata anche dal documentario “Blood Lions” diretto da Bruce Young, prodotto dalla Regulus Vision Production con Wildland e presentato al Festival Internazionale del film a Durban il 22 luglio scorso 2016, prosegue nella sua folle e dissennata mattanza.

per APPROFONDIMENTI :

https://whatsupanddown.org/tag/sud-africa/








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domenica 11 dicembre 2016

Morte di un cacciatore : il veterinario Luciano Ponzetto deceduto durante l’attività venatoria

Passione fatale quella di Luciano Ponzetto per la caccia.
Non solo per le sue vittime. Il veterinario balzato agli “orrori” della cronaca per essere anche un accanito cacciatore è morto ieri proprio durante l’ennesima battuta di caccia inseguendo una preda.
Attività venatoria esercitata, pare, in modo febbrile.
Appena rientrato dal Canada, Paese in cui si era recato per dedicarsi alla caccia della capra delle nevi, si trovava a Valprato Soana (Valle Soana) in una zona limitrofa al Parco Nazionale del Gran Paradiso nella quale è permesso abbattere i camosci che sconfinano dal territorio del parco. Il veterinario, nel tentativo di recuperare un camoscio appena ucciso, è scivolato su una lastra di ghiaccio e precipitato in un dirupo.
Inutili i soccorsi, il corpo senza vita di Ponzetto è stato recuperato nel pomeriggio dal soccorso alpino e trasportato all’ospedale di Cuorgnè.

mercoledì 7 dicembre 2016

Il finanziamento di AFM-Tèlèthon alla sperimentazione sui cani

La Distrofia muscolare è una malattia neuromuscolare genetica rara, determinata dall’assenza, carenza o alterazione di una proteina ( distrofina), progressiva e gravemente invalidante. La patologia causa la degenerazione del tessuto muscolare e conseguentemente la graduale perdita di efficienza muscolare e la diminuzione delle capacità motorie.
Che la società AFM-Telethon, impegnata nella battaglia contro le malattie neuromuscolari, sostenesse la ricerca per combattere queste patologie era noto.
Erano invece omesse le modalità con cui si svolgevano gli studi.
Procedure denunciate dalla Peta mediante la divulgazione di un video consegnatole da un’associazione animalista francese.
Il filmato è stato realizzato presso la Scuola nazionale di veterinaria Alfort in Francia dove in cui si svolgono le sperimentazioni sui cani finanziate da AFM-Telethon.
In questa struttura i cani sono selezionati per essere geneticamente inclini a varie forme di distrofia muscolare tra le quali una forma particolarmente grave come la distrofia muscolare di Duchenne ( Dmb).
Dal momento che la patologia causa atrofia progressiva della muscolatura alcuni muscoli dei cuccioli utilizzati nella sperimentazione risultano interamente bloccati prima che gli animali compiano i 6 mesi di vita e la metà dei cani coinvolti nella ricerca non raggiunge i 10 mesi di età. Dopo aver provato atroci sofferenze causate dalla debolezza muscolare che compromette la funzionalità motoria e respiratoria : i cani hanno difficoltà di deambulazione, respirazione e deglutizione.
Gli animali sbavano continuamente perché, a causa dell’astenia dei muscoli della mascella, non riescono a trattenere la salivazione. Inoltre la malattia, aggredendo la muscolatura dell’esofago, non gli consente una corretta deglutizione.
Non riuscendo più ad alimentarsi alcuni cani devono essere sono nutriti con una sonda gastrica. Infine, dal momento che anche il cuore è interessato, i cani che sopravvivono sviluppano patologia cardiaca.
Complicanze cardiache e respiratorie che hanno una prognosi infausta.
Questi esperimenti, come spesso accade con l’uso del modello animale, si sono rivelati del tutto inutili perchè non sono serviti a fornire alcuna terapia per una valida cura per la distrofia muscolare nella specie umana.
Un’insensata e crudele sperimentazione celata per la consapevolezza che la notizia provocherebbe una grossa perdita dei finanziamenti.
Mentre il sito ufficiale della società AFM -Telethon ( http://www.afm-telethon.com/ ), oltre a citare azioni e terapie “innovative”, afferma di avere valori come quali rigore finanziario, trasparenza ed efficienza alla base di ogni sua azione e nell’utilizzo delle donazioni. Scordando però di annoverare, tra gli strumenti di ricerca usati, la sperimentazione animale e l’enorme sofferenza provocata agli animali.
La quale è del tutto sconosciuta agli ignari donatori convinti di contribuire ad una ricerca utile al genere umano e non allo strazio di cani incolpevoli.
L’episodio risulta determinante per rendere consapevoli generosi benefattori della sorte a cui è destinato il loro denaro. Affinchè con le loro scelte possano condizionare l’operato delle organizzazioni e promuovere una ricerca effettivamente etica ed innovativa.
Ne consegue la necessità dell’abbandono da parte di AFM -Telethon del finanziamento di questa sperimentazione, come richiesto dall’associazione Peta che a tale scopo ha lanciato una petizione, per sostenere esclusivamente terapie più promettenti ( uso di cellule staminali, coltivazioni di cellule muscolari umane sane ) mediante la moderna ricerca senza animali.

per APPROFONDIMENTI : 






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venerdì 2 dicembre 2016

La gaffe della griffe : l’addobbo dell’albero di Natale realizzato da Fendi con palline di vera pelliccia a Monaco di Baviera

I prodromi della vicenda : l’hotel di lusso Mandarin Oriental di Monaco di Baviera in Germania assegna tutti gli anni la decorazione del suo abete, esposto nella hall dell’albergo, ad una firma famosa. Quest’anno l’incaricata Fendi ha decorato l’albero con i suoi charm da borsetta ( venduti nei negozi della griffe dai 490 a 1.200 euro caduno) utilizzati come palline. Addobbi realizzati però con vera pelliccia di volpe, visone, coniglio o lepre. E l’inaugurazione dell’abete, pubblicato sulla pagina Facebook del Mandarin Oriental, avvenuta con una festa esclusiva ha innescato le subitanee reazioni degli animalisti. Mentre sul profilo Facebook dell’albergo apparivano commenti negativi in cui, oltre alla condanna per gli ornamenti impiegati, si manifestava il proposito di evitare in futuro l’alloggio nell’hotel.
Il Mandarin Oriental ha prontamente provveduto alla cancellazione del post di presentazione dell’albero di Natale dichiarando la propria estraneità, perchè non informata, alla scelta del materiale delle decorazioni attuata da Fendi.
Addobbi che sono stati immediatamente ed interamente sostituiti con decorazioni più tradizionali in oro ed argento.
Perché la Germania non è indifferente alla questione animale.
L’esperienza renderà forse più attente le attività ricettive alla sensibilità animalista dei Paesi influendo sulla selezione dei marchi chiamati ad operarvi.

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